S A N D R O L A Z I E R

StudioLazier s.r.l. societÓ d'ingegneria, architettura, urbanistica

Studio di fattibilità per la realizzazione del Museo Gallizio (MuGA)
e la rifunzionalizzazione del Palazzo Mostre e Congressi di Alba


Alla realizzazione del documento hanno partecipato:
- Sandro Lazier - project leader
- Anna Lazier, geometra
- Annalisa Ugonia, architetto
- Diego Cane, architetto
- Andrea Corino, ingegnere
- Enzo Mastrangelo, architetto


Oggetto del presente studio è valutare la possibilità di allestire, nell’attuale Palazzo Mostre e Congressi della città di Alba, l’opera del pittore albese Pinot Gallizio, in forma di esposizione permanente e in attesa della sistemazione definitiva del museo che sarà realizzato in altro luogo.
In particolare, dovrebbe valutarsi la fattibilità di ospitare ed esporre al pubblico le opere che fanno parte della collezione detta “la gibigiana” che consiste in 8 tele dipinte nel 1960. Le dimensioni delle stesse variano da 165/167 x 127/133 a 165/167 x 337/332 e illustrano una vicenda amorosa autobiografica dell’artista, che lui stesso definisce “…la triste e lacrimosa istoria del re di Pipe in cinque quadri e due tele.” Il forte senso ironico delle opere ispirò i versi dello scrittore Maurizio Corgnati che li pubblicò nel novembre dello stesso anno.
Farmacista, erborista negli anni Quaranta, esperto di teatro, cultura popolare, archeologia, antropologia, Pinot Gallizio è stato un esponente di primo piano delle avanguardie artistiche tra gli anni '50 e '60. Tutti i suoi lavori sono ora raccolti nel “Catalogo generale delle opere” realizzato dalla Fondazione Ferrero e pubblicato da Mazzotta. Si tratta di 1078 titoli tra dipinti, carte, monotipi, disegni e opere collettive: l'intero corpus è proposto in un volume di 526 pagine.
Dopo l'esperienza partigiana durante la seconda guerra mondiale, Gallizio inizia l'attività politica che lo vedrà consigliere comunale di Alba fino al 1960. La svolta artistica di Gallizio si deve all'incontro, nel 1952, con l'artista torinese Piero Simondo con il quale fonderà nel 1955, insieme al danese Asger Jorn, il “Laboratorio Sperimentale del Movimento per una Bauhaus Immaginista”.
Grazie a questa sede di sperimentazione artistica, dibattito e centro di battaglie culturali e politiche, Alba diverrà dalla metà degli anni Cinquanta sede di incontro per artisti ed intellettuali provenienti da tutta Europa: a partire dai membri del MIBI, Gil Wolam, l'artista e architetto olandese Constant, Ettore Sottsass jr. ed Enrico Baj, i cecoslovacchi Rada e Kotik, fino ai teorici francesi Guy Debord e Michele Bernstein, all'artista inglese Ralph Rumney, con i quali Gallizio fonderà nel 1957 l'Internazionale Situazionista. Gallizio sperimentò, all'interno di questo gruppo, la pittura industriale: tele lunghe anche 74 metri, destinate ad essere vendute al metro, opere che volevano affermare un superamento del dogma dell'unicità dell'opera e dell'originalità irripetibile del gesto artistico. Con l'uscita dal movimento situazionista, nel corso del 1960, Gallizio indirizza la sua ricerca pittorica in direzione del valore del segno che connota in chiave narrativa i grandi cicli pittorici “La Gibigiana” e “La storia di Ipotenusa” (1960-'61).
La decisione di creare una struttura adatta a ricevere le opere di questo artista vuole essere testimonianza della città ad un illustre cittadino, la cui opera è riconosciuta come centrale nel panorama dell’informale pittorico italiano ed internazionale. Renato Barilli, nell’ambito della distinzione di McLuhan 1 tra media caldi e freddi, lo colloca nella possibile conciliazione tra l’individualità “calda” del gesto artistico irripetibile e la serialità “fredda” del supporto meccanico, tipica dei prodotti industriali: “Una posizione singolare e di grande interesse è invece quella del piemontese Pinot Gallizio, dato che si indirizza, per espressa e lucida dichiarazione di poetica, verso il fine di conciliare la qualità e la quantità, l'atto gratificante e liberatorio inteso a svolgere la propria personalità, e nello stesso tempo la possibilità di consentirlo a tutti, di metterlo a portata delle masse. Attorno al 1957 infatti Pinot Gallizio, dal cuore del suo “Laboratorio sperimentale” impiantato ad Alba, lancia il programma della “pittura industriale”. In pratica si tratta di lunghi rotoli di tela (estesi per decine di metri) che vengono aggrediti localmente dall'artista coi soliti mezzi del repertorio informale: impronte, colate, spessori materici, tracciati gli uni e le altre con abbandono all'automatismo e all'improvvisazione; dunque, la tipica “qualità” dell'autografia esistenziale, l'atto geloso e goloso con cui l'individuo si autorealizza. Solo che questi interventi locali sono ripetuti, quasi che la tela divenisse il nastro della catena di montaggio di una lavorazione industriale; si perde così l'unicità dell'intervento pittorico, e con essa la sacra “aura” del quadro, conseguendo anche la caduta del valore commerciale che rende il quadro stesso irraggiungibile ai più. Pinot Gallizio infatti propone di vendere la “pittura industriale” a metri, a scampoli, secondo le esigenze e le possibilità economiche dei compratori (oppure, al limite, viene meno l'atto di compravendita, dato che esce radicalmente sconfitta la “rarità” del prodotto). D'altra parte, il carattere industriale attribuito a una simile modalità produttiva è appena un atto di buona volontà, una pia illusione, piuttosto che un risultato effettivo. In altre parole, Pinot Gallizio dimostra una bella sicurezza teorica nel respingere la lavorazione industriale affidata alla macchina (“macchina, infernale regina del tutto-eguale”), e ciò facendo si presenta come un tipico artista informale caldo; inoltre avverte con molta chiarezza che non basta opporre ad essa atti individuali ed aristocratici, ma che bisogna aprire questi ultimi alle masse, renderli democratici, partecipabili, e in ciò è già in lui una valida intuizione dei valori" freddi". Tuttavia non gli vengono in aiuto gli opportuni mezzi tecnologici per rendere materialmente realizzabile il “caos, la gioia infinita del sempre-nuovo”; c'è appena un appello alla “grande era delle resine”, cioè ai nuovi prodotti della chimica sintetica (il polistirolo e il poliuretano, destinati a furoreggiare di lì a poco), senza che tuttavia egli giunga a usarli in modo tangibile. In sostanza, egli si limita a reiterare i soliti interventi di carattere artistico-artigianale, individuale e romantico. Nel suo lavoro qualità e quantità si scontrano, piuttosto che superarsi in una unità più armonica; la seconda interviene più che altro in via negativa, a inflazionare, e quindi a contestare, quasi a irridere la prima.
(Renato Barilli - Al di là della pittura - 1981- Fratelli Fabbri Editori)

L’allestimento del museo Gallizio rende pertanto necessario l’adeguamento strutturale dell’attuale Palazzetto delle Mostre e dei Congressi della città di Alba, in relazione alla sicurezza delle persone, a quella delle opere, alle barriere architettoniche e ai modelli espositivi
contemporanei.
In particolare, quest’ultimo aspetto che riguarda l’efficacia e l’efficienza nel tempo delle strutture destinate all’arte e allo spettacolo, ha suggerito una serie di interventi integrativi rispetto alla richiesta di un semplice allestimento museale.
Infatti, è dato oramai acquisito che gli edifici destinati all’esposizione di opere d’arte stiano attraversando un momento di consenso e popolarità. La caratteristica che distingue e attrae favorevolmente i visitatori concerne il modo di porsi all’attenzione degli ospiti. Infatti, a fronte di una concezione soltanto contemplativa, che in passato definiva e ispirava tutti gli spazi espositivi delle arti figurative, oggi si ha tendenza a favorire la commistione tra le opere d’arte e la vita sociale delle persone, sotto tutti gli aspetti, senza separazione tra vita reale e astrazione meditativa.
Oltretutto, il carattere performativo dell’arte figurativa contemporanea richiede la partecipazione del visitatore che diviene parte interagente con l’opera esposta. Conviene pertanto richiamare il maggior numero di persone perché, al di là delle loro capacità e competenze comunicative, queste potranno sicuramente giovare di un’esperienza estetica rilevante e dell’indubbio arricchimento culturale che ne conseguirà.
In quest’ottica, gli attuali spazi del centro mostre e congressi potrebbero essere riorganizzati predisponendo una serie di attività collaterali idonee ad attrarre un pubblico spesso poco attento alle manifestazioni dell’arte contemporanea.
In particolare, le attività collaterali potranno prevedere:
- l’inserimento di un bar al piano terreno, ampliabile mediante la creazione di una terrazza raggiungibile
da una scala mobile;
- un bookshop per la diffusione e la vendita di cataloghi, libri e gadgets vari;
- uno spazio per mostre ed esposizioni estemporanee, reso versatile dall’apertura delle attuali
stanze;
- un’area per uffici aperta al pubblico, per la gestione della struttura e delle attività connesse;
- l’ampliamento dell’attuale sala conferenze, fino al raggiungimento di una capienza di 350 posti (ampliabile fino a 400 posti) con annessa zona per il ristoro.
Queste nuove destinazioni rendono indispensabile una ridistribuzione dei percorsi, sia orizzontali che verticali, realizzabile mediante l’inserimento di 4 rampe di scale mobili, con lo scopo di migliorare e indurre la massima fruibilità e percorrenza dell’intera struttura.